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Misure di prevenzione Covid-19 adottate dallo Studio Zandonella

Lo Studio Zandonella & Partner per poter continuare a fornire i servizi in qualità, come sempre fatto, si è adeguato alle misure necessarie per garantire la sicurezza dei sui Clienti nell’esercizio dell’attività professionale di consulenza, formazione e coaching.

La sicurezza e la salute dei Clienti, dei Consulenti e Parnter dello Studio è stata presa in considerazione adottando le linee guida del Ministero della Salute, che riportiamo in fondo per promemoria.

Condizioni richieste per l’accesso allo Studio

  • Per l’accesso allo Studio viene richiesto di indossare i dispositivi di sicurezza minimi, nello specifico mascherina (a copertura di naso e bocca) e guanti o l’utilizzo di igienizzante all’ingresso, come previsto dalla normativa vigente.
  • Si chiede il rispetto, all’interno dei locali, della distanza minima di 2 metri durante i colloqui.
  • Si richiede la puntualità negli appuntamenti, così da poter garantire il tempo di igienizzare le superfici, effettuare un ricambio d’aria o l’utilizzo di disinfettanti per ambienti, tra un appuntamento ed il successivo.

Dotazione di protezione fornita su richiesta

  • Igienizzante: All’ingresso nello Studio è possibile utilizzare il dispenser di soluzione igienizzante idroalcolica a disposizione
  • Mascherine monouso: vengono messe a disposizione su richiesta mascherine monouso per la copertura di naso e bocca
  • Igienizzante per mascherine: viene fornito su richiesta una soluzione naturale a base di alcool ad uso alimentare per l’igienizzazione della mascherina lavabile o monouso
  • Guanti monouso: vengono forniti su richiesta guanti in lattice (o altro materiale idoneo)
  • Occhiali, Visiera o Cappello protettivi: se richiesto è possibile utilizzare occhiali di copertura in plastica dotati di valvole per l’aria, o visiere per la copertura dell’area occhi e testa (in caso di apposito copricapo in materiale plastico)
  • Disinfettante detergente per superfici: su richiesta è possibile utilizzare l’apposito disinfettante (soluzione acquosa dispositivo medico apposita per virus e battericida, fungicida) per igienizzare oggetti e superfici di proprietà

Raccomandazioni da seguire

Dieci comportamenti da seguire

Secondo il decalogo del Ministero della Salute (link)

  1. Lavati spesso le mani con acqua e sapone o con gel a base alcolica
  2. Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute
  3. Non toccarti occhi, naso e bocca con le mani
  4. Copri bocca e naso con fazzoletti monouso quando starnutisci o tossisci. Se non hai un fazzoletto usa la piega del gomito
  5. Non prendere farmaci antivirali né antibiotici senza la prescrizione del medico
  6. Pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol
  7. Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o se assisti persone malate
  8. I prodotti MADE IN CHINA e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi
  9. Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus
  10. In caso di dubbi non recarti al pronto soccorso, chiama il tuo medico di famiglia e segui le sue indicazioni

Fase 2

Lo Studio Zandonella è fortemente impegnato a portare avanti la cultura della sicurezza e della qualità del servizio, impegnandosi attivamente per contribuire, con quanto è possibile, al contenimento della diffusione del virus, nella speranza di una fine precoce della pandemia globale ed una ripresa delle normali attività quotidiane, per privati ed aziende del Veneto, Friuli Venezie Giulia e Trentino Alto Adige, soprattutto con un pensiero ai propri Clienti

Per informazioni rimandiamo alla nostra pagina dedicata ed alle fonti ufficiali.

http://www.governo.it/it/faq-fasedue

Informazioni per le aziende

Informazioni per la Persona

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Dal rugby alle comunità generative

Quando il rugby incontra la vita e le trasmette i suoi valori… e nascono comunità generative

PROLOGO

Eccomi qui ad inviare un sms: “Ciao, mi rendo disponibile a dare una mano per la cena di natale, a chi devo rivolgermi?”…?… Non ci credo, sono davvero IO che mi sto offrendo come volontario? Ho molti impegni, eppure il tempo l’ho trovato… diavoli di un Rugby Paese !… Come caspita ci sono riusciti?

ANTEFATTO

“Solo gioco e agonismo? Il rugby è anche occasione di crescita. Prepariamo gli atleti al gioco in campo ma soprattutto alla vita, per questo diamo un impronta educativa ad ogni attività”. Questo riporta il sito web di Rugby Paese Junior. E poi leggo il “Codice etico” per dirigenti, accompagnatori, giocatori, spettatori, genitori, allenatori… Però! Ci siamo. Attratto da sempre dalla palla ovale e dai suoi valori, a settembre di quest’anno decidiamo di iscrivere i nostri gemelli di 5 anni a minirugby.

I dubbi sono tanti: è uno sport per loro? Piacerà? Al primo allenamento di prova vengo accolto da Giovanna con un fare rassicurante. Uno dei suoi bimbi saltella per il campo con un pallone più grande di lui. Giovanna e un “Educatrice”. Con un braccio libero mi spiega alcune cose e con l’altro tiene sollevato su un fianco il suo bambino più piccolo come fosse un pallone da rugby.

Le prime sensazioni sono positive. Dopo un po’ la incontro nuovamente. Seduta su una panchina, con grande naturalezza, parla con un’altra mamma mentre allatta al seno il suo neonato…

FATTI E MISFATTI

E inizia l’avventura.

Si parte con la prima riunione di conoscenza. C’è lo Staff “under 6” al completo. Ci sono papà e mamme, un po’ consapevoli e un po’ no. Si parla di regole, valori, rispetto. Nei giorni a seguire c’è la presentazione di tutto l’organico del Rugby Paese con le foto ufficiali delle varie squadre, l’incontro con la Psicologa dello sport sul ruolo dei genitori, quello con il nutrizionista, il mercatino gratuito per l’abbigliamento tecnico dei bambini… e, senza che tu te ne accorga, ti ritrovi con il grembiule a servire la pasta! Diavoli di un Rugby Paese Junior! Questa è arte!

Ma cosa è accaduto da settembre ad oggi? Niente di particolare, solo alcune cose normali e semplici.

I bambini hanno fatto movimento all’aria aperta, hanno condiviso attività e vita di squadra, hanno iniziato ad assimilare concetti come “regole” e “rispetto”. Come coppia abbiamo trovato dei piccoli momenti per noi stessi, per dialogare e staccare un attimo da 2 gemelli energivori, restando però uniti ad osservare ciò che di più bello abbiamo generato: loro stessi con le loro unicità. Con gli altri genitori abbiamo socializzato, condividendo difficoltà comuni e gioie, oltre a tonnellate di sorrisi nell’ osservare i nostri nanetti in campo.

Come famiglia abbiamo trascorso del tempo insieme, tutto nostro, fra un raggruppamento e l’altro, fra un pisolino in auto e un capriccio.

Come esseri umani abbiamo staccato un po’ da cellulari e web, dalla continua connessione con un mondo sempre più virtuale e sempre meno “vero”, godendoci momenti di vita all’aria aperta, con il sole e la pioggia, dialogando, bevendo una birra, mangiando un panino con la salsiccia che non sarà di gran salute… ma vuoi mettere il gusto?

Cosa c’è di straordinario in tutto questo? Niente, assolutamente niente. Tutte cose normali e semplici.

Con qualche consapevolezza in più… e anche qualche certezza: quando uno sport valoriale come il rugby incontra organizzazioni altrettanto valoriali nascono vere “Comunità generative”. Capaci di generare e diffondere educazione alla convivenza e di svolgere un ruolo di legante sociale. Qual è il “valore aggiunto” di tutto questo per una comunità?

EPILOGO

Sappiamo che con i bambini di questa età non si possono fare previsioni. Oggi giocano a rugby, domani non si sa. A fine stagione potrebbero voler smettere e provare altri sport. Ma una cosa è certa, nessuno potrà togliere loro i ricordi di questi mesi.

Ricordi che diventeranno potenti quando cresceranno: l’odore dell’erba bagnata, della terra, del sudore intriso nelle magliette, la fatica degli allenamenti al freddo e all’umido, i rimbrotti delle educatrici, i pianti per i colpi presi e dati, le docce negli spogliatoi con i pisellini al vento, gli scherzi e le risate, gli sguardi di mamma e papà a bordo campo …e soprattutto quella indefinibile e fortissima sensazione di protezione e amore sparsa per tutto il campo e negli spogliatoi…

Un tesoro prezioso, che rafforza la fiducia in loro stessi e nel mondo e che accompagna per sempre nella crescita.

Grazie Giovanna, Giulia, Diletta, Giuseppe, Rudi per quello che fate e come lo fate. Complimenti a Rugby Paese e alle tante realtà di questo splendido mondo, con poche risorse, ma tanto cuore. Tanto più sono piccole, tanto più cresce la stima. Quello che fate va molto oltre lo sport. Questo è veramente compreso?

E allora, Si, “TRY IS LIFE”… ma soprattutto “RUGBY IS REAL LIFE!”

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Fare rete fra liberi professionisti. Il valore della partnership

Con questa locuzione ci riferiamo ad un concetto esteso di “Partnership fra professionisti costruita intorno ad obiettivi condivisi da raggiungere”. I vantaggi sono noti: condividere e diffondere conoscenza, fare economie di scala, aumentare la visibilità, raggiungere nuovi clienti, creare nuove opportunità di business, innovare… Potremmo continuare, ma alla luce delle difficoltà di mercato questi sono vantaggi già allettanti.

Cosa ci impedisce di passare dall’io al noi?

Siamo sinceri: quante volte noi stessi abbiamo pensato di condividere i rischi con un collega? L’aggregazione fra liberi professionisti è una strada che quasi tutti, a parole, condividiamo. Nei fatti, però, cosa ci impedisce di passare dall’io al noi? Diverse motivazioni, ma alcune appaiono più forti di altre:

  • diffidenza (verso l’altro),
  • paura (che le nostre conoscenze vengano sfruttate a nostro svantaggio),
  • sfiducia (in noi stessi e nel prossimo),
  • individualismo (che ci impedisce di imparare dagli altri),
  • egoismo (che ci fa vedere solo il piccolo vantaggio a breve e non il grande a lungo termine).

Alla base di tutto c’è la cultura imprenditoriale del nostro territorio che, con splendide eccezioni, oggi appare ancora influenzata da modelli superati. Un percorso di cambiamento è indispensabile e vitale. Unire le forze e fare rete per affrontare il mercato dunque? Una delle possibilità, ma senza mitizzazioni e non “a prescindere”.

La Partnership

Comprendere ed accettare che il tornaconto della partnership è superiore a quello del singolo, che è necessario riconoscere i propri limiti e i punti di forza dei colleghi, che è indispensabile lavorare sulla “fiducia” e sui “fattori di compatibilità” sono aspetti imprescindibili.

Tutto ciò non è semplice, non si improvvisa e, soprattutto, non è attuabile se non si è disposti a mettersi in discussione e a rivedere il proprio approccio alla professione e al prossimo.

In questo contesto di ineluttabile cambiamento risaltano le responsabilità delle Associazioni professionali e dei singoli liberi professionisti. Alle prime competono iniziative di medio e lungo impatto: in particolare favorire le occasioni di incontro fra potenziali soggetti di una partnership e, soprattutto, contribuire a innovare la cultura e la mentalità imperanti.

Quale attecchimento potranno avere, infatti, iniziative pur lungimiranti se non si semina adeguatamente il terreno che le dovrà accogliere? Che possibilità di successo avranno se la cultura predominante è quella dell’individualismo e della “disputa per il marciapiede conteso” più che la ricerca dell’interesse condiviso? La formazione, la sensibilizzazione continua e l’attuazione sul territorio di iniziative che dimostrino concretamente i vantaggi della partnership appaiono, a dir poco, indispensabili. Altre responsabilità riguardano i liberi professionisti.

Life Long Learning

Per affrontare le crescenti complessità, incertezze e il nuovo che avanza rapidamente, i professionisti della conoscenza hanno bisogno di nuove competenze. Questo deve far riflettere sulla loro formazione qualificata. Non “un di più” che si fa quando si può, ma un’attività strettamente correlata al loro business, condizione insita del loro essere imprenditori consapevoli ed efficaci. Un “life long learning” che si palesa, perché il cambiamento li vede soli: nessuno può sostituirsi a loro e ai loro doveri.

La crisi economica di questi ultimi anni porta con se tante cose, ma anche opportunità e una solida speranza: che finisca il tempo della “delega in bianco” e che inizi quello della “responsabilità individuale”, del “metterci la faccia”, nel quale ognuno si impegni per quanto crede, con le competenze di cui dispone, senza pretese, ma fuori dagli alibi.

Come possiamo contribuire individualmente e portare il nostro “tassello” per questo necessario cambiamento?
fare rete fra professionisti il valore della partnership
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Il grande viaggiatore dell’animo umano

Il 24 febbraio del 2018 ci ha lasciati Folco Quilici. Un grande viaggiatore, dei luoghi e dell’animo umano.

Sento il bisogno di ricordarlo, proprio in questo periodo dedicato al “viaggio” in tutte le sue forme. Quante persone ha ispirato? Quanti viaggi hanno avuto origine dalle sue opere? Per me è stato così.

Ricordo di aver visto in televisione due dei suoi film più amati, “L’ultimo Paradiso” e “Ti-koyo e il suo pescecane”, entrambi dedicati ai mari e alle isole della Polinesia. Ne rimasi talmente affascinato che uno dei miei sogni impossibili diventò quello di visitare quei luoghi dall’altra parte del mondo. Ci riuscii anni dopo, con negli occhi e nel cuore le immagini e il racconto dei suoi film.

E’ stato uno dei più grandi documentaristi al mondo, capace di “muoversi” con immutata maestria in ambienti e contesti diversi, ma anche un esploratore, un divulgatore e soprattutto un pioniere, arrivato prima di altri su molti aspetti, al punto che nel 2006 la rivista “Forbes” lo inserì tra le cento firme più influenti del mondo grazie ai suoi film e ai suoi libri sull’ambiente e le culture dei popoli.

Ho avuto modo di conoscerlo nel febbraio del 1998 per merito di mio padre, durante le riprese del film “Alpi: le dolomiti del Veneto” con la salita sullo “Spigolo Giallo” insieme a 3 compagni de “I Rondi”, e successivamente a Roma negli studi RAI di Geo&Geo. Una persona di una spiccata curiosità intellettuale, realmente interessata alle persone, dotata di grande autoironia, ma sempre con una gentilezza di altri tempi.

Un signore…e un “Grande”.

Per coloro che lo hanno apprezzato, e per tutti gli appassionati di montagna e natura, posto il link del documentario “Alpi: le dolomiti del Veneto”, disponibile su youtube per opera dell’autore delle musiche Federico Laterza, come omaggio alla sua capacità di raccontare per testo e immagini.

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I professionisti in Italia e le organizzazioni a rete

L’intervista che vado a riportare è estratta dalla Tesi di Sara Viotto, laureatasi all’Università di Udine in Economia Aziendale nell’aprile del 2018. Sono stato contattato da lei per fornire un mio personale e professionale punto di vista sull’argomento delle Reti e nello specifico del “fare rete” fra professionisti. Da diversi anni mi occupo di questo tema, sia per studio che concretamente nelle mie attività professionali di partnership. In particolare mi interessano i temi della “Fiducia”, della “Compatibilità” e della “Relazione” fra i componenti di una rete, importanti punti critici da affrontare, spesso sottovalutati.

Scopo della pubblicazione è dare visibilità al lavoro effettuato da Sara Viotto su temi ancora poco diffusi, come invece sarebbe auspicabile. A fondo pagina è possibile accedere anche alle interviste effettuate da Sara ad altre 2 importati realtà professionali di rete italiane, come ADACTA e il LABORATORIO DELLA QUALITA’ NOTARILE di Bologna.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE – DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE E STATISTICHE – Corso di laurea triennale in Economia Aziendale

  • Estratto Tesi di Laurea: I PROFESSIONISTI IN ITALIA E LE ORGANIZZAZIONI A RETE
  • Relatore: Prof. Alessandro Braida, Laureanda: Sara Viotto – ANNO ACCADEMICO 2016/17

Introduzione

Il tema delle organizzazioni a rete emerge sempre più come scelta indispensabile delle realtà d’impresa pur presentando delle difficoltà. La motivazione che mi ha portato ad analizzare questo tema è come la vita sociale e quotidiana di ognuno di noi si contraddistingue dalle relazioni che ognuno possiede. Di conseguenza, si deve dare importanza ad alcuni aspetti, come la fiducia, la partnership, la collaborazione reciproca, la cooperazione e la forza che possiedono i legami informali, createsi tra i diversi individui per gestire i conflitti.

Capitolo III – INTERVISTE E CASI DI STUDIO

In questo capitolo propongo delle interviste fatte ad un professionista, il Dott. Diego Zandonella Callegher, e a due organizzazioni, in particolare, al Laboratorio della Qualità Notarile e ad una realtà multidisciplinare di professionisti misti nell’ambito della consulenza, denominata Adacta.

3.1 Intervista al Dott. Diego Zandonella Callegher

In questo paragrafo si presenta un’intervista fatta al dott. Diego Zandonella Callegher, Coach professionista certificato ACC ICF, Consulente di Management CMC, Manager di Rete e titolare dello Studio Zandonella& Partners.

Lo studio opera dal 2002 ed eroga servizi nell’ambito della Consulenza di Management, della Formazione e del Coaching; esso si rivolge alle Piccole e Medie Imprese, sia manifatturiere che dei servizi, ai Liberi Professionisti e alle Organizzazioni di Categoria. Inoltre, si avvale del supporto di partner qualificati ed è orientato ai processi di cambiamento e sviluppo organizzativo.

1) In questa fase economica (capitalismo globale della conoscenza) quali sono a suo giudizio i driver vincenti per l’evoluzione della professione dei consulenti di management e per i professionisti in genere?

Dal mio punto di vista, in questo momento storico, il “Fare Rete” diventa indispensabile, soprattutto osservando il mercato della consulenza, nel quale si ravvisa un accentramento da parte di società di consulenza e/o di studi di dimensioni molto elevate nell’acquisire liberi professionisti e piccole realtà. Conseguentemente, i driver prioritari che mi sento di evidenziare sono:

  1. la capacità di condividere e diffondere conoscenza fra professionisti compatibili ed allineati per attivare Reti profittevoli;
  2. l’aggiornamento continuo e mirato ai nuovi bisogni del Consulente di Management (“Life long learning”);
  3. la capacità di anticipare i bisogni e le aspettative del cliente e di attivare e facilitare processi di innovazione e cambiamento organizzativo, culturale e individuale. Il processo di cambiamento e di innovazione è continuo, per tale motivo le persone all’interno delle organizzazioni devono essere portate ad accettare e facilitare il cambiamento e non opporsi ad esso; su questi aspetti il ruolo del Consulente di Management, con competenze specialistiche continuamente aggiornate, è di fondamentale importanza;
  4. la conoscenza degli strumenti digitali, di web presence e dei più appropriati canali di comunicazione e diffusione della conoscenza, al fine di facilitare la proposta di soluzioni efficienti e sostenibili adeguate ai tempi, sia economicamente che umanamente;
  5. la capacità di trasformare i bisogni e le aspettative del cliente in obiettivi concreti, misurabili e raggiungibili;
  6. la capacità di misurare e monitorare le prestazioni e i risultati raggiunti con i servizi effettivamente proposti ed erogati al cliente;
  7. individuare ambiti di innovazione nell’erogazione del servizio e nei servizi proposti che portino un concreto valore aggiunto al cliente.

2) Secondo lei, che importanza ha la rete/network per i professionisti in generale? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi connessi?

Il network ha una grande importanza: tanto maggiore quanto più grande è la capacità dei professionisti che ne fanno parte di lavorare allineati e in fiducia, creando un team coeso. Se tale coesione non sussiste, la rete non otterrà risultati e, quindi, ne conseguirà la sua dissoluzione. Pertanto, c’è la necessità, da parte dei professionisti medesimi, di acquisire e aggiornare costantemente le conoscenze e gli strumenti da utilizzare per valutare preventivamente e durante tutto il rapporto la compatibilità reciproca, il livello di fiducia e il grado di allineamento verso gli obiettivi da raggiungere e le modalità e responsabilità per conseguirli.

Nella “Rete”, a mio avviso, non vi sono svantaggi in senso assoluto, quanto “rischi” da valutare in modo professionale e consapevole per evitare fallimenti improduttivi e costi, anche (e soprattutto) umani. Il principale rischio è proprio quello di sottovalutare il processo di attivazione di una Rete, di “mitizzarlo”, improvvisandone la costituzione. «Unire le forze e fare rete per affrontare il mercato, dunque? Una delle possibilità, ma senza mitizzazioni e non “a prescindere”.

Comprendere ed accettare che il tornaconto della partnership è superiore a quello del singolo, che è necessario riconoscere i propri limiti e i punti di forza dei colleghi, che è indispensabile lavorare sulla “fiducia” e sui “fattori di compatibilità” sono aspetti imprescindibili. Tutto ciò non è semplice, non si improvvisa e, soprattutto, non è attuabile se non si è disposti a mettersi in discussione e a rivedere il proprio approccio alla professione e al prossimo».

Per quanto riguarda i vantaggi, sarebbe meglio parlare di “Valore aggiunto”: quest’ultimo è ottenibile da una Rete efficace, la quale lo trasforma in benefici che si possono conseguire. Tali benefici non sono scontati, ma sono da conquistare sul “campo”. L’effettivo conseguimento di benefici misurabili dimostra se sussiste o meno un vero team: in assenza di una vera squadra, i possibili benefici non si possono conseguire.

Il valore aggiunto della partnership è rappresentato dalla messa in comune di competenze, azioni, risorse economiche e soluzioni innovative. I parametri attraverso i quali si misura il valore aggiunto e, quindi, il successo o il fallimento della Rete, sono i benefici conseguibili:

  • accedere a informazioni (e a nuove informazioni);
  • aumentare le proprie conoscenze;
  • rafforzare il proprio capitale di relazioni;
  • scambiare risorse materiali e immateriali;
  • ampliare il valore delle singole attività a seguito della messa in comune di esperienze;
  • accedere a risorse economiche;
  • possibilità di utilizzare risorse umane e know-how altrimenti impensabile;
  • acquisire nuove metodologie di lavoro;
  • imparare a collaborare;
  • soddisfare bisogni comuni;
  • risolvere problemi comuni;
  • miglioramenti legati alla collaborazione con altri;
  • ridurre l’incertezza;  condividere e ridurre il rischio.

3) Quali sono nella sua esperienza le difficoltà che ravvisa e i metodi che suggerisce per far rete?

Le difficoltà principali nel “Fare Rete” fra professionisti, a mio avviso, sono quelle correlate ai “Fattori umani”. «Siamo sinceri: quante volte noi professionisti abbiamo pensato di condividere i rischi con un collega? L’aggregazione fra liberi professionisti è una strada che quasi tutti, a parole, condividiamo. Nei fatti, però, cosa ci impedisce di passare dall’IO al NOI? Diverse motivazioni, ma alcune appaiono più forti di altre:

  • diffidenza (verso l’altro);
  • paura (che le nostre conoscenze vengano sfruttate a nostro svantaggio);
  • sfiducia (in noi stessi e nel prossimo);
  • individualismo (che ci impedisce di imparare dagli altri e di cedere il potere decisionale);
  • egoismo (che ci fa vedere solo il piccolo vantaggio a breve e non il grande a lungo termine)».

Prima di parlare di “Metodi” in senso stretto, quindi, diventa indispensabile verificare preliminarmente la compatibilità reciproca e il grado di allineamento fra i colleghi del team su molti aspetti. Tutto ciò è indispensabile, innanzitutto, per verificare il livello di fiducia esistente fra i componenti: senza un livello minimo acquisito una Rete non ha alcuna possibilità di successo.

4) Che ruolo ha un facilitatore Coach nella costruzione di una rete e quali competenze deve mettere in gioco?

Un coach lavora sulla “Consapevolezza”, che è il vero motore che genera motivazione e conduce all’azione. Il coach dev’essere preferibilmente esterno alla rete, e deve supportare il singolo componente della Rete e tutti i componenti del team nel loro insieme a identificare i propri valori individuali e di gruppo, le proprie caratteristiche umane e professionali, le “vere” aspettative verso sé stessi, i colleghi e il progetto della Rete nel suo complesso; deve, inoltre, saper far emergere in modo costruttivo i punti di divergenza e di eventuale disallineamento fra i componenti del team. Pertanto, facilita l’analisi individuale e di gruppo di tutti gli aspetti appena citati ed altri ancora, favorendo il confronto reciproco, la verifica della compatibilità e del grado di allineamento e, di fatto, la verifica preliminare del livello di fiducia minimo necessario.

Il coaching

Il Coach, attraverso il “Team e Group Coaching”, può entrare con grande efficacia in tutte le fasi di costituzione e gestione della Rete: dalla messa a fuoco condivisa di “Mission”, “Vision”, “Obiettivi” e “Piani di lavoro” di Rete, alla gestione di contrasti e conflitti fra uno o più membri dalla Rete e molti altri ambiti ancora.

Per quanto riguarda le competenze da mettere in gioco come Coach, a mio avviso le principali sono quelle relative all’“Ascolto attivo”, alla “Comunicazione interpersonale”, all’“Empatia”, alla “Tecnica delle domande”, all’applicazione del “Modello di coaching” appropriato per il caso specifico (con i relativi “Tools” di riferimento) oltre all’auspicabile e preferibile bagaglio di conoscenze ed esperienze trasversali e sistemiche, le quali possono derivare dall’esperienza in campo in vari ambiti (solo a titolo esemplificativo: Manager d’azienda, Formatore, Psicologo, Counselor, Mediatore, Insegnante, Consulente di Management, altro ancora). Da quanto sopra riportato si evince che il ruolo del Coach può essere molto importante e delicato ai fini della valutazione di fattibilità preventiva, attivazione e supporto di una Rete.

Qualifiche

Se non si è in possesso di adeguata preparazione ed esperienza, si possono fare danni. Da qui la necessità di ricorrere a veri Coach professionisti, con percorsi di formazione teorica, formazione in campo e “Qualifica” dimostrabili e riconosciuti da standard nazionali e internazionali validati e di livello, con l’inserimento in Albi professionali accreditati e trasparenti che impongano la visibilità del professionista, il suo aggiornamento professionale continuo e, soprattutto, il rispetto di Codici etici e deontologici rigorosi a tutela del cliente e dell’utente finale. Questa selezione preventiva è quanto mai necessaria oggigiorno, con il “Coaching” che è diventata una pratica di moda e tendenza, spesso citata e fintamente applicata da persone senza adeguata preparazione.

5) In che misura lei ritiene che siano importanti le reti informali, finalizzate a sviluppare le relazioni e far circolare le informazioni? Invece, in che misura lo sono le reti formalizzate con delle partnership/contratti al fine di fare business tra professionisti?

Sono molto importanti entrambe, ma vedo le prime più “a rischio” in termini di durata nel tempo e di concreti risultati ottenibili. Le prime, a mio avviso, sono più esposte a rischi di dissoluzione o scarsa efficacia, in quanto sono spesso più “libere” e “vaghe” in termini di accordi, regole, chiari e motivanti obiettivi da raggiungere e verifica periodica sull’allineamento.

La conseguenza di tutto ciò è, frequentemente, la iniziale prosecuzione per inerzia con successiva dissoluzione per “morte naturale”. Le seconde, invece, auspicando che sia stato attuato un efficace percorso di emersione, condivisione e formalizzazione di accordi, regole, verifiche periodiche e aggiustamenti, offrono, almeno teoricamente, maggiori garanzie in termini di efficacia e durata nel tempo.

6) Qual è il ruolo delle associazioni tra professionisti nello stimolare le reti e la sua esperienza diretta in merito?

Il ruolo delle associazioni tra professionisti può essere molto importante, anche se va detto che esse operano generalmente su base volontaria, per cui si fondano inevitabilmente sulle risorse a disposizione oltre che sulle effettive competenze e sulla visione dei “Dirigenti” che le rappresentano in quel determinato momento. A scarsa competenza e visione possedute dai Dirigenti del momento corrispondono, quasi sempre, scarsi risultati in campo.

Associazioni e Reti fra professionisti

Di conseguenza, l’attività di stimolo per favorire la costituzione di Reti fra professionisti non può essere improvvisata, ma deve essere opportunamente pensata e ben preparata; in caso contrario le conseguenze potrebbero essere negative, arrecando, così, più danno che beneficio.

In questo attuale contesto storico di transizione risaltano, in ogni caso, sia le responsabilità delle Associazioni professionali, che dei singoli liberi professionisti. «Alle prime competono iniziative di medio e lungo impatto: in particolare favorire le occasioni di incontro fra potenziali soggetti di una partnership e, soprattutto, contribuire a cambiare la cultura e la “vecchia mentalità” imprenditoriale ancora così diffusa nel nostro Nord-Est.

Quale attecchimento potranno avere, infatti, iniziative pur lungimiranti se non si semina adeguatamente il terreno che le dovrà accogliere? Che possibilità di successo avranno se la cultura predominante è quella dell’individualismo e della “disputa per il marciapiede conteso” più che la ricerca dell’interesse condiviso? La sensibilizzazione continua e l’attuazione sul territorio di iniziative che dimostrino concretamente i vantaggi della partnership sono, a dir poco, indispensabili».

7) Qual è il ruolo del singolo professionista nello stimolare le reti e la sua esperienza diretta in merito?

«Per affrontare le crescenti complessità e il nuovo che avanza rapidamente, i professionisti della conoscenza hanno bisogno di nuove competenze. Questo deve far riflettere sulla loro formazione qualificata. Non “un di più” che si fa quando si può, ma un’attività strettamente correlata al loro business, condizione insita del loro essere imprenditori consapevoli ed efficaci. Un “life long learning” che si palesa, perché il cambiamento li vede soli: nessuno può sostituirsi a loro, ai loro doveri e alle loro responsabilità sociali». Nella veste di professionisti della conoscenza come possiamo pensare di portare innovazione e cultura nelle nostre aziende clienti se non siamo noi di esempio? Se non partiamo da noi stessi?

Il cambio di passo

La costituzione di “Reti efficaci e profittevoli fra noi professionisti” è conseguenza, a mio avviso, anche di un nostro “cambio di passo”, volto ad acquisire nuove competenze e consapevolezza e a cambiare mentalità e approcci. «La crisi degli ultimi anni ha portato con sé molte situazioni negative, ma anche opportunità e una solida speranza: che finisca il tempo della “delega in bianco” e che inizi quello della “responsabilità individuale”, del “metterci la faccia”, nel quale ognuno si impegni per quanto crede, con le competenze di cui dispone, ma fuori dagli alibi».

Per leggere le ulteriori interviste riportate nella tesi cliccare sul seguente bottone