I professionisti in Italia e le organizzazioni a rete

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I professionisti in Italia e le organizzazioni a rete

L’intervista che vado a riportare è estratta dalla Tesi di Sara Viotto, laureatasi all’Università di Udine in Economia Aziendale nell’aprile del 2018. Sono stato contattato da lei per fornire un mio personale e professionale punto di vista sull’argomento delle Reti e nello specifico del “fare rete” fra professionisti. Da diversi anni mi occupo di questo tema, sia per studio che concretamente nelle mie attività professionali di partnership. In particolare mi interessano i temi della “Fiducia”, della “Compatibilità” e della “Relazione” fra i componenti di una rete, importanti punti critici da affrontare, spesso sottovalutati.

Scopo della pubblicazione è dare visibilità al lavoro effettuato da Sara Viotto su temi ancora poco diffusi, come invece sarebbe auspicabile. A fondo pagina è possibile accedere anche alle interviste effettuate da Sara ad altre 2 importati realtà professionali di rete italiane, come ADACTA e il LABORATORIO DELLA QUALITA’ NOTARILE di Bologna.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE – DIPARTIMENTO DI SCIENZE ECONOMICHE E STATISTICHE – Corso di laurea triennale in Economia Aziendale

  • Estratto Tesi di Laurea: I PROFESSIONISTI IN ITALIA E LE ORGANIZZAZIONI A RETE
  • Relatore: Prof. Alessandro Braida, Laureanda: Sara Viotto – ANNO ACCADEMICO 2016/17

Introduzione

Il tema delle organizzazioni a rete emerge sempre più come scelta indispensabile delle realtà d’impresa pur presentando delle difficoltà. La motivazione che mi ha portato ad analizzare questo tema è come la vita sociale e quotidiana di ognuno di noi si contraddistingue dalle relazioni che ognuno possiede. Di conseguenza, si deve dare importanza ad alcuni aspetti, come la fiducia, la partnership, la collaborazione reciproca, la cooperazione e la forza che possiedono i legami informali, createsi tra i diversi individui per gestire i conflitti.

Capitolo III – INTERVISTE E CASI DI STUDIO

In questo capitolo propongo delle interviste fatte ad un professionista, il Dott. Diego Zandonella Callegher, e a due organizzazioni, in particolare, al Laboratorio della Qualità Notarile e ad una realtà multidisciplinare di professionisti misti nell’ambito della consulenza, denominata Adacta.

3.1 Intervista al Dott. Diego Zandonella Callegher

In questo paragrafo si presenta un’intervista fatta al dott. Diego Zandonella Callegher, Coach professionista certificato ACC ICF, Consulente di Management CMC, Manager di Rete e titolare dello Studio Zandonella& Partners.

Lo studio opera dal 2002 ed eroga servizi nell’ambito della Consulenza di Management, della Formazione e del Coaching; esso si rivolge alle Piccole e Medie Imprese, sia manifatturiere che dei servizi, ai Liberi Professionisti e alle Organizzazioni di Categoria. Inoltre, si avvale del supporto di partner qualificati ed è orientato ai processi di cambiamento e sviluppo organizzativo.

1) In questa fase economica (capitalismo globale della conoscenza) quali sono a suo giudizio i driver vincenti per l’evoluzione della professione dei consulenti di management e per i professionisti in genere?

Dal mio punto di vista, in questo momento storico, il “Fare Rete” diventa indispensabile, soprattutto osservando il mercato della consulenza, nel quale si ravvisa un accentramento da parte di società di consulenza e/o di studi di dimensioni molto elevate nell’acquisire liberi professionisti e piccole realtà. Conseguentemente, i driver prioritari che mi sento di evidenziare sono:

  1. la capacità di condividere e diffondere conoscenza fra professionisti compatibili ed allineati per attivare Reti profittevoli;
  2. l’aggiornamento continuo e mirato ai nuovi bisogni del Consulente di Management (“Life long learning”);
  3. la capacità di anticipare i bisogni e le aspettative del cliente e di attivare e facilitare processi di innovazione e cambiamento organizzativo, culturale e individuale. Il processo di cambiamento e di innovazione è continuo, per tale motivo le persone all’interno delle organizzazioni devono essere portate ad accettare e facilitare il cambiamento e non opporsi ad esso; su questi aspetti il ruolo del Consulente di Management, con competenze specialistiche continuamente aggiornate, è di fondamentale importanza;
  4. la conoscenza degli strumenti digitali, di web presence e dei più appropriati canali di comunicazione e diffusione della conoscenza, al fine di facilitare la proposta di soluzioni efficienti e sostenibili adeguate ai tempi, sia economicamente che umanamente;
  5. la capacità di trasformare i bisogni e le aspettative del cliente in obiettivi concreti, misurabili e raggiungibili;
  6. la capacità di misurare e monitorare le prestazioni e i risultati raggiunti con i servizi effettivamente proposti ed erogati al cliente;
  7. individuare ambiti di innovazione nell’erogazione del servizio e nei servizi proposti che portino un concreto valore aggiunto al cliente.

2) Secondo lei, che importanza ha la rete/network per i professionisti in generale? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi connessi?

Il network ha una grande importanza: tanto maggiore quanto più grande è la capacità dei professionisti che ne fanno parte di lavorare allineati e in fiducia, creando un team coeso. Se tale coesione non sussiste, la rete non otterrà risultati e, quindi, ne conseguirà la sua dissoluzione. Pertanto, c’è la necessità, da parte dei professionisti medesimi, di acquisire e aggiornare costantemente le conoscenze e gli strumenti da utilizzare per valutare preventivamente e durante tutto il rapporto la compatibilità reciproca, il livello di fiducia e il grado di allineamento verso gli obiettivi da raggiungere e le modalità e responsabilità per conseguirli.

Nella “Rete”, a mio avviso, non vi sono svantaggi in senso assoluto, quanto “rischi” da valutare in modo professionale e consapevole per evitare fallimenti improduttivi e costi, anche (e soprattutto) umani. Il principale rischio è proprio quello di sottovalutare il processo di attivazione di una Rete, di “mitizzarlo”, improvvisandone la costituzione. «Unire le forze e fare rete per affrontare il mercato, dunque? Una delle possibilità, ma senza mitizzazioni e non “a prescindere”.

Comprendere ed accettare che il tornaconto della partnership è superiore a quello del singolo, che è necessario riconoscere i propri limiti e i punti di forza dei colleghi, che è indispensabile lavorare sulla “fiducia” e sui “fattori di compatibilità” sono aspetti imprescindibili. Tutto ciò non è semplice, non si improvvisa e, soprattutto, non è attuabile se non si è disposti a mettersi in discussione e a rivedere il proprio approccio alla professione e al prossimo».

Per quanto riguarda i vantaggi, sarebbe meglio parlare di “Valore aggiunto”: quest’ultimo è ottenibile da una Rete efficace, la quale lo trasforma in benefici che si possono conseguire. Tali benefici non sono scontati, ma sono da conquistare sul “campo”. L’effettivo conseguimento di benefici misurabili dimostra se sussiste o meno un vero team: in assenza di una vera squadra, i possibili benefici non si possono conseguire.

Il valore aggiunto della partnership è rappresentato dalla messa in comune di competenze, azioni, risorse economiche e soluzioni innovative. I parametri attraverso i quali si misura il valore aggiunto e, quindi, il successo o il fallimento della Rete, sono i benefici conseguibili:

  • accedere a informazioni (e a nuove informazioni);
  • aumentare le proprie conoscenze;
  • rafforzare il proprio capitale di relazioni;
  • scambiare risorse materiali e immateriali;
  • ampliare il valore delle singole attività a seguito della messa in comune di esperienze;
  • accedere a risorse economiche;
  • possibilità di utilizzare risorse umane e know-how altrimenti impensabile;
  • acquisire nuove metodologie di lavoro;
  • imparare a collaborare;
  • soddisfare bisogni comuni;
  • risolvere problemi comuni;
  • miglioramenti legati alla collaborazione con altri;
  • ridurre l’incertezza;  condividere e ridurre il rischio.

3) Quali sono nella sua esperienza le difficoltà che ravvisa e i metodi che suggerisce per far rete?

Le difficoltà principali nel “Fare Rete” fra professionisti, a mio avviso, sono quelle correlate ai “Fattori umani”. «Siamo sinceri: quante volte noi professionisti abbiamo pensato di condividere i rischi con un collega? L’aggregazione fra liberi professionisti è una strada che quasi tutti, a parole, condividiamo. Nei fatti, però, cosa ci impedisce di passare dall’IO al NOI? Diverse motivazioni, ma alcune appaiono più forti di altre:

  • diffidenza (verso l’altro);
  • paura (che le nostre conoscenze vengano sfruttate a nostro svantaggio);
  • sfiducia (in noi stessi e nel prossimo);
  • individualismo (che ci impedisce di imparare dagli altri e di cedere il potere decisionale);
  • egoismo (che ci fa vedere solo il piccolo vantaggio a breve e non il grande a lungo termine)».

Prima di parlare di “Metodi” in senso stretto, quindi, diventa indispensabile verificare preliminarmente la compatibilità reciproca e il grado di allineamento fra i colleghi del team su molti aspetti. Tutto ciò è indispensabile, innanzitutto, per verificare il livello di fiducia esistente fra i componenti: senza un livello minimo acquisito una Rete non ha alcuna possibilità di successo.

4) Che ruolo ha un facilitatore Coach nella costruzione di una rete e quali competenze deve mettere in gioco?

Un coach lavora sulla “Consapevolezza”, che è il vero motore che genera motivazione e conduce all’azione. Il coach dev’essere preferibilmente esterno alla rete, e deve supportare il singolo componente della Rete e tutti i componenti del team nel loro insieme a identificare i propri valori individuali e di gruppo, le proprie caratteristiche umane e professionali, le “vere” aspettative verso sé stessi, i colleghi e il progetto della Rete nel suo complesso; deve, inoltre, saper far emergere in modo costruttivo i punti di divergenza e di eventuale disallineamento fra i componenti del team. Pertanto, facilita l’analisi individuale e di gruppo di tutti gli aspetti appena citati ed altri ancora, favorendo il confronto reciproco, la verifica della compatibilità e del grado di allineamento e, di fatto, la verifica preliminare del livello di fiducia minimo necessario.

Il coaching

Il Coach, attraverso il “Team e Group Coaching”, può entrare con grande efficacia in tutte le fasi di costituzione e gestione della Rete: dalla messa a fuoco condivisa di “Mission”, “Vision”, “Obiettivi” e “Piani di lavoro” di Rete, alla gestione di contrasti e conflitti fra uno o più membri dalla Rete e molti altri ambiti ancora.

Per quanto riguarda le competenze da mettere in gioco come Coach, a mio avviso le principali sono quelle relative all’“Ascolto attivo”, alla “Comunicazione interpersonale”, all’“Empatia”, alla “Tecnica delle domande”, all’applicazione del “Modello di coaching” appropriato per il caso specifico (con i relativi “Tools” di riferimento) oltre all’auspicabile e preferibile bagaglio di conoscenze ed esperienze trasversali e sistemiche, le quali possono derivare dall’esperienza in campo in vari ambiti (solo a titolo esemplificativo: Manager d’azienda, Formatore, Psicologo, Counselor, Mediatore, Insegnante, Consulente di Management, altro ancora). Da quanto sopra riportato si evince che il ruolo del Coach può essere molto importante e delicato ai fini della valutazione di fattibilità preventiva, attivazione e supporto di una Rete.

Qualifiche

Se non si è in possesso di adeguata preparazione ed esperienza, si possono fare danni. Da qui la necessità di ricorrere a veri Coach professionisti, con percorsi di formazione teorica, formazione in campo e “Qualifica” dimostrabili e riconosciuti da standard nazionali e internazionali validati e di livello, con l’inserimento in Albi professionali accreditati e trasparenti che impongano la visibilità del professionista, il suo aggiornamento professionale continuo e, soprattutto, il rispetto di Codici etici e deontologici rigorosi a tutela del cliente e dell’utente finale. Questa selezione preventiva è quanto mai necessaria oggigiorno, con il “Coaching” che è diventata una pratica di moda e tendenza, spesso citata e fintamente applicata da persone senza adeguata preparazione.

5) In che misura lei ritiene che siano importanti le reti informali, finalizzate a sviluppare le relazioni e far circolare le informazioni? Invece, in che misura lo sono le reti formalizzate con delle partnership/contratti al fine di fare business tra professionisti?

Sono molto importanti entrambe, ma vedo le prime più “a rischio” in termini di durata nel tempo e di concreti risultati ottenibili. Le prime, a mio avviso, sono più esposte a rischi di dissoluzione o scarsa efficacia, in quanto sono spesso più “libere” e “vaghe” in termini di accordi, regole, chiari e motivanti obiettivi da raggiungere e verifica periodica sull’allineamento.

La conseguenza di tutto ciò è, frequentemente, la iniziale prosecuzione per inerzia con successiva dissoluzione per “morte naturale”. Le seconde, invece, auspicando che sia stato attuato un efficace percorso di emersione, condivisione e formalizzazione di accordi, regole, verifiche periodiche e aggiustamenti, offrono, almeno teoricamente, maggiori garanzie in termini di efficacia e durata nel tempo.

6) Qual è il ruolo delle associazioni tra professionisti nello stimolare le reti e la sua esperienza diretta in merito?

Il ruolo delle associazioni tra professionisti può essere molto importante, anche se va detto che esse operano generalmente su base volontaria, per cui si fondano inevitabilmente sulle risorse a disposizione oltre che sulle effettive competenze e sulla visione dei “Dirigenti” che le rappresentano in quel determinato momento. A scarsa competenza e visione possedute dai Dirigenti del momento corrispondono, quasi sempre, scarsi risultati in campo.

Associazioni e Reti fra professionisti

Di conseguenza, l’attività di stimolo per favorire la costituzione di Reti fra professionisti non può essere improvvisata, ma deve essere opportunamente pensata e ben preparata; in caso contrario le conseguenze potrebbero essere negative, arrecando, così, più danno che beneficio.

In questo attuale contesto storico di transizione risaltano, in ogni caso, sia le responsabilità delle Associazioni professionali, che dei singoli liberi professionisti. «Alle prime competono iniziative di medio e lungo impatto: in particolare favorire le occasioni di incontro fra potenziali soggetti di una partnership e, soprattutto, contribuire a cambiare la cultura e la “vecchia mentalità” imprenditoriale ancora così diffusa nel nostro Nord-Est.

Quale attecchimento potranno avere, infatti, iniziative pur lungimiranti se non si semina adeguatamente il terreno che le dovrà accogliere? Che possibilità di successo avranno se la cultura predominante è quella dell’individualismo e della “disputa per il marciapiede conteso” più che la ricerca dell’interesse condiviso? La sensibilizzazione continua e l’attuazione sul territorio di iniziative che dimostrino concretamente i vantaggi della partnership sono, a dir poco, indispensabili».

7) Qual è il ruolo del singolo professionista nello stimolare le reti e la sua esperienza diretta in merito?

«Per affrontare le crescenti complessità e il nuovo che avanza rapidamente, i professionisti della conoscenza hanno bisogno di nuove competenze. Questo deve far riflettere sulla loro formazione qualificata. Non “un di più” che si fa quando si può, ma un’attività strettamente correlata al loro business, condizione insita del loro essere imprenditori consapevoli ed efficaci. Un “life long learning” che si palesa, perché il cambiamento li vede soli: nessuno può sostituirsi a loro, ai loro doveri e alle loro responsabilità sociali». Nella veste di professionisti della conoscenza come possiamo pensare di portare innovazione e cultura nelle nostre aziende clienti se non siamo noi di esempio? Se non partiamo da noi stessi?

Il cambio di passo

La costituzione di “Reti efficaci e profittevoli fra noi professionisti” è conseguenza, a mio avviso, anche di un nostro “cambio di passo”, volto ad acquisire nuove competenze e consapevolezza e a cambiare mentalità e approcci. «La crisi degli ultimi anni ha portato con sé molte situazioni negative, ma anche opportunità e una solida speranza: che finisca il tempo della “delega in bianco” e che inizi quello della “responsabilità individuale”, del “metterci la faccia”, nel quale ognuno si impegni per quanto crede, con le competenze di cui dispone, ma fuori dagli alibi».

Per leggere le ulteriori interviste riportate nella tesi cliccare sul seguente bottone

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